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DJI Avata 2, recensione. Un gioiello da pilotare tra le pieghe della burocrazia

Esiste una categoria di droni che ha raccolto attorno a se un forte gruppo di appassionati accumunati dal piacere di volare, un po’ come l’aeromodellismo, e dal piacere di modificare e ottimizzare un drone che loro stessi hanno pensato e immaginato.

Stiamo parlando dei droni FPV, quei droni che si pilotano in prima persona con una serie di visori e che oggi vengono costruiti, modificati, ottimizzati per creare proiettili capaci di sfrecciare ad una velocità elevatissima su percorsi prestabiliti.

Avata di DJI nasce per dare le stesse sensazioni e lo stesso piacere del volo a chi non ha né il tempo, né la voglia e neppure le competenze di costruire e progettare un drone FPV, e sebbene venga visto con diffidenza dagli appassionati di questo settore specifico che continueranno ad elogiare l’autocostruzione, ci troviamo davanti al classico capolavoro firmato DJI.

Capolavoro perché se già il prodotto dello scorso anno era eccellente, quest’anno l’azienda è riuscita a fare tutto quello che andava fatto per renderlo ancora migliore, intervenendo su ogni singolo aspetto, dall’autonomia al rumore fino ad arrivare alla videocamera, fondamentale sull’unica tipologia di drone capace di effettuare un tipo di ripresa che con altri drone sarebbe difficilissima, per non dire impossibile.

Nel pacchetto che costa 999 euro troviamo il nuovo modello di drone, Avata 2, rivisto interamente anche nella sua struttura e nella scocca, un telecomando con giroscopio che rende il volo semplicissimo e un nuovo tipo di visore che grazie alle due fotocamere frontali può davvero diventare un nuovo standard per questa categoria.

Prima di raccontarvi cosa è cambiato, e di farvi vedere che tipo di video si può fare usando l’Avata, è bene affrontare subito la questione delle normative, perché rispetto agli altri droni l’Avata non è per tutti.

Mentre DJI Avata non sarà mai marcato, il nuovo modello, avendo un peso superiore ai 250 grammi (377 grammi), è marcato C1. Questo vuol dire che si può volare in una situazione urbana ed è possibile anche il sorvolo di persone non informate, evitando però gli assembramenti, tuttavia sarà necessario avere il patentino A1/A3, l’assicurazione di volo e andrà apposto sul drone il QR Code personale rilasciato da D-Flight.

L’Avata 2 è quindi un drone molto più restrittivo a livello di permessi ma è anche giusto, perché ci troviamo davanti ad un drone che può raggiungere velocità elevatissime, seppur limitate in Europa dalle normative, e che per il tipo di ripresa che rende possibile spesso viene guidato raso terra, in ambienti chiusi o in spazi stretti.

Più silenzioso, più autonomia e fotocamera migliore

Esteticamente Avata 2 è cambiato moltissimo, e appare molto più rifinito della versione precedente. Questi cambiamenti comportano anche un cambio nella struttura e nella forma delle batterie, pertanto non sarà possibile riutilizzare alcuna batteria di drone DJI già in possesso dell’utente.

Cambiano anche i paraelica e le eliche stesse, e questo cambiamento ha portato ad una riduzione netta della rumorosità: resta più rumoroso di altri droni DJI, ma è decisamente meno stridulo di quanto lo era il primo Avata, udibile già a 50 metri per il forte ronzio emesso.

Le eliche adottano poi lo standard T-mount, questo vuol dire che si potrebbe decidere di sostituirle con eliche di terze parti senza la necessità di adattatori.

Sotto il profilo strutturale ci sono due novità apprezzabilissime: la prima è la presenza di una abbondante quantità di memoria storage integrata nel drone e non rimovibile (da 20 GB a 46 GB su Avata 2), da sfruttare nel caso in cui ci si dimentichi a casa una card, la seconda è la posizione dello sportellino che protegge il connettore USB che non è più incastrato tra le due ventole, di difficile accesso e chiusura.

Lo sportellino è sul fianco, copre USB-C (con fast charging) e slot SD Card e si apre e chiude con facilità disarmante. DJI ha rivisto anche la struttura del gimbal: incassata interamente nella scocca riesce a proteggere interamente l’elemento più delicato in caso di urto frontale e ne guadagna anche la comodità, perché infilare e sfilare il classico coperchio che protegge il gimbal quando il drone è nella borsa è ora più facile e immediato.

Guardando il drone dal frontale ci rendiamo conto anche di un’altra differenza: il vecchio Avata aveva i motori molto vicini alla superficie di decollo, e questo rendeva difficile il decollo su superfici irregolari come un ciottolato, il nuovo modello sposta in alto di un paio di centimetri le eliche e questo vuol dire che si riesce a decollare praticamente in ogni situazione. Avata aveva una configurazione “push”, quindi eliche e motori erano posizionati nella parte inferiore del braccetto che le regge mentre nella nuova versione i motori sono posizionati sopra il braccetto.

L’ultimo elemento da segnalare è la coppia di sensori posti sul retro e rivolti verso il basso: sono camere quelle quelle usate da DJI sugli altri droni per evitare gli ostacoli, tuttavia l’Avata 2 non dispone di un sistema di rilevamento ostacoli, vengono usate come ausilio alla navigazione e per migliorare la lettura della distanza del drone dal suolo. Il sensore classico inferiore potrebbe infatti venire ingannato da alcune superfici, grazie alle due camere laterali riesce ad essere preciso in ogni situazione.

La nuova fotocamera è forse la novità più rilevante, e non solo per la qualità

DJI ha messo sull’Avata 2 una fotocamera che richiama molto quella usata sul DJI Air 3S: il nuovo sensore è da 1/1.3”, ha un obiettivo F2.8 super grandangolare che può arrivare a riprendere 155° di quadro, registra in 4K@60 fps e può registrare sia in formato standard con curva di gamma corretta sia in formato DLOG M, questo per una post produzione successiva.

Abbassando la risoluzione a 2.7K si può raddoppiare il frame rate portandolo a 120 fps, ma questa possibilità non è fondamentale in quanto è probabile che i video girati vengano poi accelerati piuttosto che rallentati per effetti slow motion. Ci sono la stabilizzazione RockSteady e Horizon Steady e c’è anche la correzione dell’ottica integrata, cosa che evitare di dove lavorare in post produzione immagini deformate a barilotto per l’ottica molto aperta.

Un po’ come sul formato D-Log, che offre una enorme flessibilità in fase di post produzione, esiste anche Gyroflow, un software open che offre una flessibilità unica nella gestione della stabilizzazione: usando i dati del giroscopio e Gyroflow si può lavorare in modo granulare sulla stabilizzazione del girato, con risultati a tratti sorprendenti.

Il vantaggio del nuovo sensore è ambivalente: da una parte abbiamo una qualità maggiore e una gamma dinamica decisamente più ampia, dall’altra abbiamo un miglior piacere di guida proprio grazie alla gamma dinamica più ampia.

Il primo Avata aveva un’ottima fotocamera, ma se si volava contro-sole oppure si entrava in un bosco fitto per poi uscire lo sbalzo dovuto alla necessità di compensare l’esposizione era evidente sia nei video sia sul visore, e il risultato non era sempre piacevole.

Il nuovo modello grazie ad una dinamica più estesa gestisce meglio i passaggi fronte sole, i forti contrasti e i passaggi dalle zone di ombra alle zone di luce, con un minore fastidio anche per chi pilota e ha il visore addosso. Questo ovviamente lasciando la fotocamera totalmente in automatico, perché come sempre è possibile gestire tutto anche in manuale con un po’ più di lavoro durante la ripresa.

Interessante anche la possibilità di riprendere video in 4K a 60 fps non solo in formato 16:9 ma anche in formato 4:3, molto utile nel caso in cui si debba andare a ritagliare un formato verticale per i social. La ripresa in 4:3 permette anche di giocare con i keyframe per mantenere sempre un 16:9 4K, ma scegliendo istante per istante la porzione desiderata muovendo il mascherino verticalmente.

Il visore con passthrough è davvero comodo

Avata 2 fa parte di un sistema come ogni drone FPV: se non di indossa la particolare maschera e se questa non è accesa il drone non parte. I nuovi DJI Goggles 3 seguono lo stesso trend di miglioramento evolutivo di Avata: DJI ha cambiato tutto quello che doveva cambiare per rendere un prodotto migliore. Ha tolto ad esempio la batteria esterna, e ha integrato le batterie nel visore stesso, più propriamente nella zona posteriore per bilanciare meglio i pesi. Questo non esclude comunque la possibilità di alimentare o ricaricare il visore con un battery pack esterno, che può essere lo stesso caricabatterie di Avata 2 con una batteria all’interno.

L’aspetto che più abbiamo apprezzato è l’ergonomia: il nuovo visore non preme sul volto a maschera ma è strutturato per appoggiarsi sulla fronte, e sebbene a memoria, sono passati quasi due anni da quando abbiamo provato il primo Avata, ci sembra di ricordare che anche il vecchio visore non fosse affatto scomodo questo nuovo modello sembra quasi non sentirsi, soprattutto durante voli lunghi. Come sul vecchio visore è presente il sistema di regolazione delle diottrie e della distanza intrapupillare, quindi il drone che si può quindi pilotare senza dover indossare scomodi occhiali. Migliorata anche l’interfaccia utente: non c’è più l’aerea touch ma c’è un più pratico joypad fisico.

Siamo un po’ più freddi per quella che dovrebbe essere la più grande novità della nuova maschera, ovvero la presenza di due fotocamere frontali che permettono, facendo tap sul lato del visore, di avere una visione di quello che accade davanti a noi senza dover togliere il visore. La qualità di visione è ottima, garantita dai due micro pannelli OLED da 0.49″ con risoluzione Full HD, ma il cambio di visione è comunque molto stretto e questo ci priva della vista periferica, che forse era più utile di quella frontale. Si può decidere, da menù, di impostare anche la visione tridimensionale, ma anche questa al momento non è utilissima.

Migliora l’autonomia, la gestione delle batterie è geniale

Nonostante la capacità della batteria si sia ridotta, da 35.71 Wh si passa a 31.7 Wh, il nuovo modello guadagna quasi 5 minuti di autonomia, arrivando a quasi 23 minuti. Noi siamo riusciti, in condizioni standard, ad arrivare a poco più di 21 minuti, che sono comunque più che sufficienti: il visore, soprattutto per chi soffre ad indossare questo tipo di dispositivo, dopo un tempo di volo prolungato potrebbe affaticare non poco la vista.

Una cosa ci è piaciuta in modo particolare, ed è la gestione delle batterie che possono essere ricaricate sia a bordo del drone sia nell’hub di carica, che ne supporta fino a tre. Se la ricarica dal 10% al 90% circa richiede un’ora con la batteria nel drone, se si usa l’hub di ricarica a 60 Watt il tempo si dimezza.

L’hub ha anche altre due funzioni: dà priorità sempre la batteria più carica, questo vuol dire che cercherà di dare al pilota una batteria piena nel minor tempo possibile e proverà a ricaricare al meglio, mentre si guida il drone, la seconda batteria con la maggiore capace età residua.

Si può anche scegliere di trasferire la carica da una batteria ad un’altra, utile se si deve affrontare una volo lungo e si hanno solo batterie mezze cariche senza la possibilità di attingere ad una presa di corrente. Il caricatore, inoltre, può usare le batterie per ricaricare gli accessori esterni, quindi il visore, il controller ma anche uno smartphone o un tablet.

Guidarlo è un vero piacere

Esattamente come per il primo Avata, anche con il nuovo modello la curva di apprendimento è molto più rapida di quella necessaria per imparare a pilotare bene ogni altro drone. Anche chi non ha mai volato, impugnando il controller, in pochissimo tempo riesce ad andare dove vuole, passando anche in spazi decisamente stretti. Quella del telecomando con giroscopio stile cloche è una trovata davvero geniale, perché condensa le regolazioni dei tre assi in un unico movimento del polso, permettendo anche il controllo della registrazione e la navigazione nei menù, grazie ad un puntatore virtuale che richiama quello che si usa per navigare in altri visori, ad esempio Oculus Quest.

Veniamo ora al volo: un drone di tipo FPV può essere diviso in due diverse categorie, quelli racing, dove prevale quindi la velocità, la possibilità di fare acrobazie, la precisione e l’immediatezza e quelli cinewhoop, pensati invece per riprendere video particolari, soprattutto in interni, con il drone che fa lo slalom tra oggetti e ostacoli.

L’Avata 2 è più sbilanciato verso questa seconda categoria, e come drone cinewhoop fa davvero bene il suo lavoro. Un po’ difficile invece, soprattutto per i limiti europei, definirlo un drone da velocità: è limitato a 97km/h a livello internazionale e in Europa il limite si abbassa ulteriormente, 68.4km/h. Presente la possibilità di fare acrobazie con la pressione di un solo bottone, ma onestamente è una cosa che diverte all’inizio ma alla lunga difficilmente verrà usata.

Rispetto alla prima versione abbiamo notato un miglior controllo ma soprattutto anche una migliore morbidezza nel volo, nel modo in cui si inserisce in curva e nella gestione della potenza, merito anche di un trigger di accelerazione più controllato. Bisogna tenerne conto, perché qualcuno potrebbe aspettarsi un drone un po’ più aggressivo e cattivo alla guida: se ad esempio stiamo andando contro un muro alla massima velocità si deve calcolare prima che il drone richiede un po’ di spazio per andare in verticale, e che salirà con una curva comunque morbida.

Altri droni più nervosi e più improntati alla guida riescono ad essere molto più netti nella verticale e si può azzardare una “barba” alla parete senza il rischio di impatto. Il drone resiste abbastanza bene al vento, anche se durante i voli in alta quota in Val Ferret più volte è uscito l’avviso di vento forte e qualche oscillazione di troppo, dovuta a raffica laterale, si percepisce nel video.

Molto buona anche la tenuta del segnale video, con i soliti limiti di una trasmissione limitata in Europa in potenza e difficile da gestire se ci sono ostacoli tra il visore e il drone stesso. In ogni caso si inizia a capire quando fermarsi dal calo di qualità del feed video che arriva nel visore.

Avata 2 è un ottimo drone ma resta comunque un drone particolare, sia per la parte burocratica sia per la tipologia di video che riesce a creare. Non è ovviamente un drone per tutti e non è un drone che può sostituire in ambito foto e video altri droni DJI. Per chi lo usa a livello professionale è un prodotto complementare ad altri droni che aggiunge una tipologia di ripresa difficile da ottenere altrimenti; per chi invece ha intenzione di prenderlo solo per il tipo di volo, per la velocità e perché non ha voglia di costruirsi un drone FPV, preferisce una cosa già pronta, l’unico consiglio che diamo è di valutare bene come lo può usare ma soprattutto se lo può usare. Oggi i limiti, sopratutto in Italia, sono davvero tanti.